lunedì, febbraio 27, 2006
author: Isabellaqueen @ 12:46
category: sono molto spiacente
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Tocca a lei, dunque, sparpagliare l'equilibrio del non detto su questo piano nero. Brucia d'asfalto sin nelle vene. Una nota (folklore lo chiameremmo se non avessimo annotato a margine il pagamento di una cifra ben precisa) lacerata proprio prima della postura della lingua. Sfodera il viola come orgoglio e non ha timore delle ripercussioni del colore sulla sua stessa immagine. Consapevole è della sua bellezza pacchiana e del suo essere merce di scambio. Tanto che non si finge altro, manifestandosi come una giornata prostituita al sole (difficile, credimi: è un'eccezione, la puttana in senso ampio, rimanere fedele a se stessi). Tanto che vorresti catalogargliele, quelle labbra, orizzontali e verticali, tranciarle. Potarle e poi indossarle, quasi bretelle alla Vivienne Westwood. E invece sei lì, a squadrarla come non si fa, non si dovebbe almeno, nella lingua della pubblica decenza. A quel punto lei si china, e la pancia bambina resta piatta, si mostra appena sbocciata e fa sfoggio dei sue tre averi: una mela a mordere, i denti contusi fucsia e l'occhio bistrato. Gratuito.

 

(ah: dolce è napoli come il caramello, la stanza che sa di Gelsomino, i panni stesi sul balcone e tutto il ritorno da apprendere come una lezione che crepita dentro, mio fuoco).

venerdì, febbraio 24, 2006
author: Isabellaqueen @ 18:34
category: sono molto spiacente
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(Senza) molte spiegazioni. Saxa Rubra.

 

 

Sara

 

 

 

Quando tira fuori la testa dalle lenzuola, resta diritta per qualche secondo, i capelli le scendono oltre il cuscino, di un rosso luminoso e fasullo, come nelle pubblicità ma senza filtri a correggere le sbavature. Sono le quattro del pomeriggio. Oltre la porta sua madre chiacchiera ininterrottamente al telefono da ore. È la sua litania, veloce e cadenzata da periferia. Alle sue spalle la foto di Marylin che ride, con i capelli, il biondo platino perfetto, che si scompongono, cadendo morbidi. Gli occhi diritti nella carta, nella sua carne. Rimette le mani sotto le coperte, tastando la pancia per scoprirsi forte, e giovane. Elastica. Indaga la provenienza del volere e l’ultimo pensiero buono prima di addormentarsi.

 

 

Lei è lì, il jeans largo sulle cosce, a vita bassa e la maglietta, precisa sino a coprire la pancia (sembra tutto così casuale, come se il corpo fosse il mezzo, i vestiti fossero il mezzo e non ci fosse fine nella bellezza di quella bocca, nuda, che parla). La professoressa indossa il suo stesso nome e non lo pronuncia mai.

 

 

 

 

 


 

Ma quando nel corridoio qualcuno la chiama si girano entrambe, entrambe padrone di qualcosa che non appartiene a nessuna delle due. Una casualità che la attrae, come la prima bocca da baciare. Ricorda quella stanza, il sapore fondente del buio, lei appoggiata alla scrivania della cameretta e le bambole a spiare la posizione delle teste. I capelli lunghi e stopposi e i capelli corti, l’odore del burro cacao e le mani in tasca, nei jeans, a schiacciare le spalle più giù, fin dove si può. La lingua a scavare (come si fa a non urtare i denti, le prime volte).

 

 

 

E poi lei: con le sue magliette bianche e i jeans, la voglia di insegnare le parole nuove (esiste una poetica alla lavagna, all’ardesia, alle parole che restano prima del cancellino) e gli zaini che traboccano. Le mani che tremano mentre riconsegnano i compiti. La guarda, con gli occhi che schizzano, e ride: getta la testa indietro, la bocca aperta a catturare tutta l’aria intorno, a catalizzare tutti gli atomi che gravitano intorno alla stanza. E le dice:

 

 

-          Prof, sono impreparata.

 

 

Lei, Sara, la grande, la bionda, fa finta di nulla e evita il suo sguardo.

 

Risponde poi, quando ha finito di scorrere il registro, e senza staccare gli occhi dalla carta (dalla carne del suo ricordo):

 

 

-          Capisco.

 

 

Chiude il registro ed esce (Le manca l’aria? Le manca?).

 

 

Sara, la piccola, la rossa, la segue come dovesse replicarla. Poi si ferma davanti alla porta (tutte le altre bocche, le maglie, i jeans, sono fermi, non esistono) e torna indietro. Si ferma alla cattedra e nel libro lascia un ritaglio, tre parole e un’impronta che non serve a niente, a nessuno.

 

 

Poi guarda il resto della classe, che la guarda come in un film, getta la testa indietro e ride, mentre il collo si riempie, il verde del maglione si spande e tutto, tutti gli atomi intorno le appartengono. Per sempre.

 

 

Rimbocca le coperte, si infila sotto e accende il telefonino. La stanza assorbe la luce, una piccola tana luminosa e poi è inghiottita dal nulla, nessun suono, nessuna presenza. Una viola aggrinzita fa la guardia sul balcone. Solo un respiro che si fa notte.

 

 

 

 

 

 

 

(buon week end, ancora in moto sulle traiettorie dei tacchi e degli stivali).

 

martedì, febbraio 21, 2006
author: Isabellaqueen @ 17:20
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Siamo moltitudini (solitarie). Magliana.

 

 

Micael

 

 

La puttana resta all’angolo.

 

 

Quando riprende il percorso (la seconda che ronza) continua a guardarla dallo specchietto retrovisore.

 

 

Pensi, in alcuni attimi, che le cose che lasci si fermino per sempre. Immobili muoiono. Senza omicidi e senza moventi. Senza lo spessore del respiro. Nel loro finire sostano irrisolte e prendi a chiamarle generalmente cose, prive d’occhi e di qualsiasi degna nota di cronaca. Non capitano mai nel quaderno degli appunti, se non per l’impegno della dimenticanza.

 

 

Realizza che lei lo sta ancora squadrando e vorrebbe (lo farebbe, lo giura, lo giurerebbe) frenare e tornare indietro e chiederle: - Cazzo ti guardi? -. Se fosse più gentile, e lo è, lo giura, tornerebbe indietro subito, immediatamente, le chiederebbe se c’è qualcosa che non va (va tutto bene?), se può fare qualcosa per lei (non nel suo tono mellifluo, falsamente teatrale), se vuole essere lasciata ad un’altra fermata della metropolitana. Ma è giorno, è troppo presto, per qualsiasi preliminare successivo, e lei è una puttana (pacchiana e volgarmente bella, irresistibile nella sua bocca di vinile fucsia, che sembra un disco retrò e una testa di donna che ciondola succhiandosi il pollice nell’intenzione di sedurti. Da sfondo, una carta da parati ingiallita e cerchi, cerchi immensi. Una Lolita le labbra dai contorni sbavati, che se la raccogliesse dall’angolo le chiederebbe solo un ancora, di quelli da venti euro).

 


 

Si aggiusta il collo della sciarpa e si guarda intorno. Lui non è riuscito, a tornare indietro, a parlarle ancora. Sta, seduto in macchina, a spiarla. Più di quanto non abbia fatto quando l’ha raccattata, poco più di un’ora fa.

 

 

Sono le quattro del pomeriggio. Ora.

 

 

Due ore fa.

 

Ora Sara è a scuola, una riunione con i genitori, dice, quelle situazioni noiose in cui devi dar conto. Poi mozza il discorso, improvvisamente. Si china sul foglio e prende qualche appunto. Fottutamente bella, il viso struccato e la montatura sottile. Succhia il tappo della penna con le labbra. Nell’aria odore di saliva e inchiostro. Anche se non esiste, lo sente. Le stringe il seno tra le mani, il viso sulla schiena. Sente il suo respiro, un mugugno quasi metallico il suo no, il collo è bianco, l’odore di rosa mischiato al biondo. Gli dice, girandosi d’un tratto, gli dice: - Devo finire una cosa. Dammi tregua. E sorride, mentre strappa un foglio in due, quattro e innumerevoli coriandoli. Confonde, il rumore con il fotogramma e tutto, gli occhi, i suoi occhi viola, i suoi denti, le sue guance, diventano una pagina stracciata. Fanno rumore, mentre gli stringe il nodo della cravatta, continua ad osservare la scena perdersi, sfilacciarsi. Obliterarsi e scadere nel tempo di percorrenza massimo acquistato. Micael si chiede se è questo il momento e quando, per la prima volta, ho avuto paura. Se è stato scoperto, o cosa. O se sarà scoperto, se arriverà il tempo in cui io dovrà, chiederle scusa. Per questo, colpevole, chiude gli occhi, e la bocca, morde il labbro e, in un solo gesto, riavvolge il nastro. Tutto si ricompone: i coriandoli diventano foglio, le schegge viola e nere tornano occhi e i petali (sono mandorli quelle gemme?) ridivengono bocca. A fiorire un sorriso. Allora le dice: - No, scusami tu, non è questo il momento. Ed esce, dalla porta, come di scena.

 

 

Rientra un attimo dopo, senza preavviso, e lei è in piedi, tra la finestra e la porta del bagno, e si osserva nello specchio, il peso del seno e la pancia piatta. Aggancia il reggiseno e fa una smorfia. Sa di essere stata scoperta, vista, e non le piace. Accompagna la porta con la punta delle dita. Micaela prende il telefonino (era nel divano, tra il cuscino e la spalliera) ed esce.

 


 

Un’ora fa.

 

Quando Micael si ritrova per strada, ripensa a lei, al seno tondo e alle sue mani piccole, alle fessure riflesse nel vetro e all’odore di rosa. Gli si impasta la saliva e ha caldo. Ha caldo e ha tempo per farsi un giro prima di riaprire l’ufficio. La Portuense è una lingua di fuoco, nonostante gli alberi sul bordo della strada. È una curva complessa. Sara è una derivata. Una esattezza. Lo confonde la sfumatura dei suoi occhi, da sempre. Non ha mai voluto sposarsi. Dice che è inutile e che nulla potrà dividerli. Sono destinati, anche quando si odiano. Micael mon esercita un controllo su di lei, anche se lei è sempre lì, identica a se stessa. È qui il suo concetto di fedeltà, nel non cambiare. Nel coraggio di restare. Sono quadri, sospesi su una parete, a redarguire il reciproco impegno, anche quando è buio. Il sole lo acceca, allunga la mano per prendere gli occhiali, le lenti fumè, sul sedile del passeggero, vuoto. Schiva la curva ma finisce fuori strada. Riesce a comprendere tutto, come se tutto fosse filtrato. Non succede niente. Tutto è intatto. La puttana di quest’angolo si avvicina. È bionda, come Sara, e sa di asfalto. È magra, sottile, tanto che avrei potuto non vederla. Trascurarla. Mi chiede: - Come stai bello? Scrolla automaticamente la polvere dalla giacca, anche se non è caduto, non è scivolato, non è sporco. La osserva, le guarda le labbra: fucsia, la matita sbavata. I denti piccoli e larghi tra loro. Pensa che sia colpa del sole. Solo un riflesso. Gli chiede, con quella sua voce melensa, infantile, se ha bisogno di qualcosa. Qualcosa. Le risponde: - No. Micael si riavvicina alla macchina e lei lo segue. Ha gambe magre e abbronzate e sandali con paillettes rosa sgargianti. La felpa grigia, Sara. Tutti i toni del viola di Sara. La bocca della puttana. Il fianco proteso della puttana sul cofano della macchina. Gli chiede: - Dove stavi andando, a quest’ora. Alla controra, dicono a sud, quando si giocava in casa, sotto il tetto e i padri fuori.

 

 

- A lavorare - taglia corto.

 

- Come me - e gli ride in faccia, sguaiata, la gonna di jeans corta e i piedi, nudi. Le mani pittate di un color amaranto opaco, qualche unghia scrostata. Non sa com’è il suo viso, se bello, non sa. Le fa cenno di salire in macchina. Lei snocciola un breviario di costi. Controra, non sa, fa quello che vuoi. Scusami non è questo il momento. Dalla tasca della giacca estrae una banconota, due, due da venti euro e le mette sul cruscotto.

 

Lei dice: - Andiamo in un posto sicuro, se vuoi.

 

Le dice no, restiamo qui. Accende la macchina e si scosta, appena più in là, in una macchia verde. Mentre tutto attorno, come una carta di Rossana davanti agli occhi, la strada si tinge di rosso. Controra.

 


 

Quando ha finito, e vuole dirgli come si chiama, aggiunge due banconote, da cinquanta, e le dice che se vuole la accompagna da qualche parte, ma deve stare bassa, sul sedile.

 

 

- Dimmi dove.

 

- Magliana.

 

 

 

La puttana resta all’angolo.

 

A lui resta il sapore dell’asfalto, la controra sulla pelle, l’idea di viola, di Sara, un quarto d’ora per aprire studio, il percorso da seguire. Un telefonino da accendere subito.

 

 

From: 329 87 67 xxx:STASERA FACCIO TARDI. S.

(chissà perchè rido, mi piego in due, non ho freddo, ho caldo, mi si squarcia la pancia e nasce, ora, mia figlia. tu sul divano desirée mi chiedi: amore, hai sete. io ti rispondo mostrandoti la lingua, una mano aperta e i capezzoli).

mercoledì, febbraio 15, 2006
author: Isabellaqueen @ 16:19
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Sono (molto) spiacente*. Spagna.

 

 

Sara.

 

 

Sara è sulla banchina. Siede composta, le gambe pettinate alle piastrelle mentre intorno nulla le succede. Tutto accade. Ripensa all'istante precedente in gesto meccanico inutile. Ha le mani raccolte, come foglie reduci dell'ultima pioggia. La galleria si agita di plastica nera. Dalla pensilina la profondità del tunnel è annullata. Solo due buchi profondi come uno stomaco sotto e uno sopra cuore. Al centro il nulla. Pensa che potrebbe essere un polmone, o uno scheletro, il vagone di prossima sosta. Per questo si scosta il bottone, la zip, e sotto con le dita a sentire la lana e poi (ancora) la pelle. Cosa c'è sotto? La pancia piatta - ha fame, lo sa dall'odore che sente nell'aria, di gomma bruciata che le divora lo stomaco - e ossa piccole come quelle delle teche nella cattedrale di Otranto. Vuote. Non ha freddo. Ha solo voglia di capire cosa la compone, mentre è immobile, a cercare Sara. Quando esce dal suo tunnel, sceglie distrattamente un'unghia (il mignolo è perfetto nella sua incompleta smangiucchiatura) e la succhia, quasi chupa-chups. Con l'altra mano gioca con i tasti del telefonino. Campo nullo. Ecco, pensa, rimarrà qui. Non salirà, così nessuna risposta. Nessuna domanda. L'ultimo diceva: forse. Sara spezza l'unghia con il dente, cambia traccia dell'i-pod e poi ripensa al compito di letteratura. Ai ragazzi seduti ai loro posti. Poi improvvisamente al velo, all'oro, alle garze, alle ladre, alle gazze, e alle sue scarpe sporche di fango. Il vagone si parcheggia per un attimo.

 

 

Due occhi contro.

 

 

Svuota le mani quasi fossero tasche e osserva l’uomo, la sua divisa acrilica, il baffo ingrigito e l’ombra corposa che si trascina dietro.

 

 

-          Sono molto spiacente – ripete, mentre tutto intorno l’odore di nastro nero contagia i vestiti, la lingua, i fogli.

 

 

Pensa di aver smarrito il biglietto mentre apriva il quaderno, appuntava le parole (la matita è un puntaspilli, è spilli, è punti) che le scavalcavano il respiro. Colpa di un altro biglietto. Un bisogno adolescenziale di parole da ungere, ingovernabile. Chiude gli occhi e con le dita scorre l’incisione sulla carta . L’uomo resta in piedi, la targhetta ATAC dondola dalla giacca (sembra un cuore opaco, in bilico), le mani giunte in attesa di una motivazione.

 


 

-          L’ho perso mentre scendevo le scale, forse. Le sembro una di quelli che… ?

 

-          No, certo, ma sa…

 

-          Pago – dice lei, mentre con il palmo della mano tira (è inconsapevole il nero) la matita sotto la palpebra macchiando la visuale.

 

-          E da quanto tempo è qui?

 

-          Tre quarti, se non erro.

 

-          Sono passati parecchi treni…

 

-          Sono passati, sì.

 

-          Vada su, prenda un biglietto, lo obliteri e riprenda il viaggio. Dove va?

 

-          Qui.

 

 

Riprende la sua borsa, Sara, e ripercorre la galleria, una manica al rovescio. Quando è all’ingresso getta una moneta da un euro nella macchinetta automatica. Legge, scritto con la penna, Viola XXX, chiude il portafogli e la sacca a tracolla. Timbra il biglietto nella macchinetta gialla (inserire il biglietto a sinistra); prima di tornare giù controlla il campo del telefonino, le ultime immagini in memoria, il volto di Micael e quello di Sara (Sara è lei e non lo è più). Scrive un messaggio e ritorna in basso, al contrario. Dell’uomo resta il nulla, solo la disciplina. Si siede nuovamente sulla panchina e apre la borsa ancora. Prende il blocco dei compiti in classe, li gira nelle mani bianche e inizia a scorrerli nel retro, nei nomi che sono volti che sono bocche che sono felpe che sono mani che sono jeans che sono lacci e scarpe che sono loro. Tutti quegli occhi fissi su di lei e la sua pancia vuota. A decoro la peluria sottile, e bionda, sulla sua pancia vuota. Dalla tasca della borsa sceglie la sua penna blu e legge (nella traccia a scelta ognuno segue il suo istinto, è divertirsi, è sapere, è non voler sapere, è in alcuni casi sbirciare e non volerlo fare, eppure).

 

 

Quando arriva al suo compito, ed è un attimo, si morde e le labbra e legge. Rannicchia le gambe sulla panca (quanti treni sono passati, quanta gente, quanta?) e dimentica l’impegno e la dottrina. La scena si fa chiara con le parole come fossero la luce stessa di quel posto. Il peso della luce è, comunque, minimo. Impercettibile, come il compito tutto. Eppure pensa di aver visto le gambe magre, il torace muoversi, il respiro farsi denso, il biondo delle gambe brillare. Il cotone cadere a ciocche. Tutto è senza peso, in questa stanza, nella stanza in cui si è rinchiusa insieme alle parole.

 


 

Si sente in trappola, ospite e clandestina. Chissà come: è lì, è senza biglietto ma lì. Desidera. Essere nuda, essere sola, essere lì. Dentro quella stanza, al buio, immersa nelle mani (delle mani vorrei essere la storia, pensa). Il corpo che si irrigidisce (ogni volta le sembra di morire).

 

 

Chiude gli occhi e deglutisce.

 

Dalla tasca prende il foglio appallottolato: Sara: Ti Amo.

* Sorry.

Questa prima parte di testo (1/3) è dedicata a una lista così composta: Bouveais sabato mattina h 9.30, Parigi MMartre h 23.30, la scatola della camera d'albergo, i calzini neri, il sorriso di Monnalisa contro L'incoronazione di Napoleone h 14.30 circa, il Bordeaux del Bistrot des Dammes, all'Hotel de Ville, a questa incantevole Parigi di febbraio 2006. A te.

* Je suis desolè, Sono spiacente, Perdoname, Confessions (on a dance floor) - Madonna.