Siamo moltitudini (solitarie). Magliana.
Micael
La puttana resta all’angolo.
Quando riprende il percorso (la seconda che ronza) continua a guardarla dallo specchietto retrovisore.
Pensi, in alcuni attimi, che le cose che lasci si fermino per sempre. Immobili muoiono. Senza omicidi e senza moventi. Senza lo spessore del respiro. Nel loro finire sostano irrisolte e prendi a chiamarle generalmente cose, prive d’occhi e di qualsiasi degna nota di cronaca. Non capitano mai nel quaderno degli appunti, se non per l’impegno della dimenticanza.
Realizza che lei lo sta ancora squadrando e vorrebbe (lo farebbe, lo giura, lo giurerebbe) frenare e tornare indietro e chiederle: - Cazzo ti guardi? -. Se fosse più gentile, e lo è, lo giura, tornerebbe indietro subito, immediatamente, le chiederebbe se c’è qualcosa che non va (va tutto bene?), se può fare qualcosa per lei (non nel suo tono mellifluo, falsamente teatrale), se vuole essere lasciata ad un’altra fermata della metropolitana. Ma è giorno, è troppo presto, per qualsiasi preliminare successivo, e lei è una puttana (pacchiana e volgarmente bella, irresistibile nella sua bocca di vinile fucsia, che sembra un disco retrò e una testa di donna che ciondola succhiandosi il pollice nell’intenzione di sedurti. Da sfondo, una carta da parati ingiallita e cerchi, cerchi immensi. Una Lolita le labbra dai contorni sbavati, che se la raccogliesse dall’angolo le chiederebbe solo un ancora, di quelli da venti euro).
Si aggiusta il collo della sciarpa e si guarda intorno. Lui non è riuscito, a tornare indietro, a parlarle ancora. Sta, seduto in macchina, a spiarla. Più di quanto non abbia fatto quando l’ha raccattata, poco più di un’ora fa.
Sono le quattro del pomeriggio. Ora.
Due ore fa.
Ora Sara è a scuola, una riunione con i genitori, dice, quelle situazioni noiose in cui devi dar conto. Poi mozza il discorso, improvvisamente. Si china sul foglio e prende qualche appunto. Fottutamente bella, il viso struccato e la montatura sottile. Succhia il tappo della penna con le labbra. Nell’aria odore di saliva e inchiostro. Anche se non esiste, lo sente. Le stringe il seno tra le mani, il viso sulla schiena. Sente il suo respiro, un mugugno quasi metallico il suo no, il collo è bianco, l’odore di rosa mischiato al biondo. Gli dice, girandosi d’un tratto, gli dice: - Devo finire una cosa. Dammi tregua. E sorride, mentre strappa un foglio in due, quattro e innumerevoli coriandoli. Confonde, il rumore con il fotogramma e tutto, gli occhi, i suoi occhi viola, i suoi denti, le sue guance, diventano una pagina stracciata. Fanno rumore, mentre gli stringe il nodo della cravatta, continua ad osservare la scena perdersi, sfilacciarsi. Obliterarsi e scadere nel tempo di percorrenza massimo acquistato. Micael si chiede se è questo il momento e quando, per la prima volta, ho avuto paura. Se è stato scoperto, o cosa. O se sarà scoperto, se arriverà il tempo in cui io dovrà, chiederle scusa. Per questo, colpevole, chiude gli occhi, e la bocca, morde il labbro e, in un solo gesto, riavvolge il nastro. Tutto si ricompone: i coriandoli diventano foglio, le schegge viola e nere tornano occhi e i petali (sono mandorli quelle gemme?) ridivengono bocca. A fiorire un sorriso. Allora le dice: - No, scusami tu, non è questo il momento. Ed esce, dalla porta, come di scena.
Rientra un attimo dopo, senza preavviso, e lei è in piedi, tra la finestra e la porta del bagno, e si osserva nello specchio, il peso del seno e la pancia piatta. Aggancia il reggiseno e fa una smorfia. Sa di essere stata scoperta, vista, e non le piace. Accompagna la porta con la punta delle dita. Micaela prende il telefonino (era nel divano, tra il cuscino e la spalliera) ed esce.
Un’ora fa.
Quando Micael si ritrova per strada, ripensa a lei, al seno tondo e alle sue mani piccole, alle fessure riflesse nel vetro e all’odore di rosa. Gli si impasta la saliva e ha caldo. Ha caldo e ha tempo per farsi un giro prima di riaprire l’ufficio. La Portuense è una lingua di fuoco, nonostante gli alberi sul bordo della strada. È una curva complessa. Sara è una derivata. Una esattezza. Lo confonde la sfumatura dei suoi occhi, da sempre. Non ha mai voluto sposarsi. Dice che è inutile e che nulla potrà dividerli. Sono destinati, anche quando si odiano. Micael mon esercita un controllo su di lei, anche se lei è sempre lì, identica a se stessa. È qui il suo concetto di fedeltà, nel non cambiare. Nel coraggio di restare. Sono quadri, sospesi su una parete, a redarguire il reciproco impegno, anche quando è buio. Il sole lo acceca, allunga la mano per prendere gli occhiali, le lenti fumè, sul sedile del passeggero, vuoto. Schiva la curva ma finisce fuori strada. Riesce a comprendere tutto, come se tutto fosse filtrato. Non succede niente. Tutto è intatto. La puttana di quest’angolo si avvicina. È bionda, come Sara, e sa di asfalto. È magra, sottile, tanto che avrei potuto non vederla. Trascurarla. Mi chiede: - Come stai bello? Scrolla automaticamente la polvere dalla giacca, anche se non è caduto, non è scivolato, non è sporco. La osserva, le guarda le labbra: fucsia, la matita sbavata. I denti piccoli e larghi tra loro. Pensa che sia colpa del sole. Solo un riflesso. Gli chiede, con quella sua voce melensa, infantile, se ha bisogno di qualcosa. Qualcosa. Le risponde: - No. Micael si riavvicina alla macchina e lei lo segue. Ha gambe magre e abbronzate e sandali con paillettes rosa sgargianti. La felpa grigia, Sara. Tutti i toni del viola di Sara. La bocca della puttana. Il fianco proteso della puttana sul cofano della macchina. Gli chiede: - Dove stavi andando, a quest’ora. Alla controra, dicono a sud, quando si giocava in casa, sotto il tetto e i padri fuori.
- A lavorare - taglia corto.
- Come me - e gli ride in faccia, sguaiata, la gonna di jeans corta e i piedi, nudi. Le mani pittate di un color amaranto opaco, qualche unghia scrostata. Non sa com’è il suo viso, se bello, non sa. Le fa cenno di salire in macchina. Lei snocciola un breviario di costi. Controra, non sa, fa quello che vuoi. Scusami non è questo il momento. Dalla tasca della giacca estrae una banconota, due, due da venti euro e le mette sul cruscotto.
Lei dice: - Andiamo in un posto sicuro, se vuoi.
Le dice no, restiamo qui. Accende la macchina e si scosta, appena più in là, in una macchia verde. Mentre tutto attorno, come una carta di Rossana davanti agli occhi, la strada si tinge di rosso. Controra.
Quando ha finito, e vuole dirgli come si chiama, aggiunge due banconote, da cinquanta, e le dice che se vuole la accompagna da qualche parte, ma deve stare bassa, sul sedile.
- Dimmi dove.
- Magliana.
La puttana resta all’angolo.
A lui resta il sapore dell’asfalto, la controra sulla pelle, l’idea di viola, di Sara, un quarto d’ora per aprire studio, il percorso da seguire. Un telefonino da accendere subito.
From: 329 87 67 xxx:STASERA FACCIO TARDI. S.
(chissà perchè rido, mi piego in due, non ho freddo, ho caldo, mi si squarcia la pancia e nasce, ora, mia figlia. tu sul divano desirée mi chiedi: amore, hai sete. io ti rispondo mostrandoti la lingua, una mano aperta e i capezzoli).